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UN QUADERNO PER TUTTI E PER NESSUNO |
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I R.E.M. fissi al 1° posto
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October 21 Die wechselnde Libelle. La libellula cangiante.Questo intervento è scritto per mettervi a disposizione una poesia scritta da Goethe nel suo "Canzoniere di Lipsia", che però ho scoperto grazie al filosoficissimo Cassirer de "La filosofia dell'illuminismo", precisamente del capitolo sull'estetica. Il primo ad usare il termine "estetica" è Baumgarten (Aestethetica). Egli conferisce la prima definizione dell'estetica come scienza. Ogni scienza deve inserirsi nel genere universale del sapere, ma entro questo genere deve anche scegliersi un compito particolare e adempierlo in un suo modo caratteristico, scrive Cassirer. Il Baumgarten trova la differenza specifica dell'estetica definendola come dottrina della sensibilità, della "conoscenza sensitiva". Ma non è precisamente il sensibile il territorio del confuso, dell'impreciso, dunque di ciò che è opposto alla pura conoscenza e impenetrabile a questa? Può dunque l'estetica conservare la sua dignità di scienza, se cade in balìa di questa sfera inferiore, se si costituisce a "gnoseologia inferior"? Sì. E comunque, l'assurdità logica di una conoscenza oscura e confusa è ben lontana dal Baumgarten, definito da Kant come "eccellente analista"; egli cerca invece ed esige una conoscenza dell'"oscuro", dell'"impreciso". L'estetica si occupa del fenomeno sensibile e gli si abbandona senza fare il tentativo di procedere da questo fenomeno alle sue "cause", cioè ad una cosa del tutto diversa. Infatti questo progresso verso le cause non spiegherebbe il contenuto estetico del fenomeno, ma lo distruggerebbe. Chi volesse comunicarci l'impressione di un paesaggio scomponendone l'aspetto in singole determinazioni e cercando per ciascuna di queste un concetto distinto, non conserverebbe assolutamente nulla della "bellezza" del paesaggio. Questa bellezza appare soltanto nell'intuizione integra, nella pura contemplazione del paesaggio totale. L'osservazione di un oggetto al microscopio può rivelare al naturalista la sua composizione; ma con ciò è perduta per sempre la sua impressione estetica. Il Goethe diede forma a questo pensiero in una sua poesia del "Canzoniere di Lipsia": Es flattert um die Quelle Die wechselnde Libelle, Mich freut sie lange schon; Bald dunkel und bald helle, Wie der Chamaleon: Bald rot, bald blau, bald blau, bald grun; O dass ich in der Nahe Doch ihre Farben sahe! Sie schwirrt und schwebet, rastet nie! Doch still,sie setzt sich an die Weiden. Da hab' ich sie! Da hab' ich sie! Und nun bertracht' ich sie genau Und seh' ein traurig dunkles Blau. So geht es dir, Zergliedrer deiner Freuden! "Intorno alla sorgente svolazza la libellula cangiante - già tanto ne godo -; ora scura ora chiara, come il camaleonte: ora rossa, ora turchina, ora verde; oh, se potessi veder da vicino i suoi colori! Si libra e frulla, non si ferma mai. Ma zitto, si posa sul salice. L'ho presa! L'ho presa! E ora la osservo attentamente e vedo un triste colore turchino... Così succede a te, analizzatore delle tue gioie!". L'arte non vuole superare il fenomeno, ma rimane nel fenomeno stesso. In ogni intuizione estetica avviene un confluire di elementi e non possiamo staccare i singoli elementi dalla totalitàdi questa intuizione. Questa poesia, a distanza di un anno e mezzo, mi è rimasta impressa. Sai quelle cose che non pensi che ti formino, ma che poi scopri che sono entrate a far parte di te perchè hai bisogno di citarle, perchè sono l'immagine perfetta per esprimere un concetto... October 18 NIETZSCHE di DeleuzeNoi, lettori di Nietzsche, dobbiamo evitare quattro possibili fraintendimenti: 1. sulla volontà di potenza (credere che la volontà di potenza significhi "desiderio di dominare", o "volere la potenza"); 2. sui forti e i deboli (credere che i più "potenti", in un dato regime sociale, siano perciò stesso dei "forti"); 3. sull'eterno ritorno (credere che si tratti di un'idea antica, ripresa dai Graci, dagli Indù, dai Babilonesi…; credere che si tratti di un ciclo, ovvero di un ritorno dello Stesso, di un ritorno allo stesso); 4. sulle opere dell'ultimo periodo (credere che queste opere siano eccessive o già squalificate dalla follia). Ogni interpretazione è determinazione del senso di un fenomeno. Il senso consiste precisamente in un rapporto di forze, in cui certe agiscono e altre reagiscono in un'insieme complesso e gerarchizzato. I rapporto della forza con la forza si definisce "volontà". È questo il motivo per cui bisogna innanzitutto evitare franintedimenti sul principio nietzscheano di volontà di potenza. Questo principio non significa (o per lo meno non significa in prima istanza) che la volontà voglia la potenza o desideri dominare. Finchè si interpreta la volontà di potenza nel senso di "desiderio di dominare" la si fa inevitabilmente dipendere dai valori stabiliti […]. La volontà di potenza, dice Nietzsche, non consiste nel desiderare e nemmeno nel prendere, ma nel creare e nel dare. […] È per volontà di potenza che una forza domina, ma è pure per volontà di potenza che una forza obbedisce. […] La volontà di potenza fa in modo che le forze attive affermino, affermino la propria differenza: in esse l'affermazione è primaria e la negazione non è mai altro che una conseguenza, come un sovrappiù di godimento. Ma la proprietà delle forze reattive, al contrario, è quella di opporsi in prima istanza a ciò che esse non sono, di limitare l'altro: in esse la negazione è primaria, è attraverso la negazione che giungono a una parvenza di affermazione. Ora la storia ci mette di fronte al fenomeno più strano: le forze reattive trionfano, la negazione ha il sopravvento nella volontà di potenza! Ovunque noi vediamo il trionfo del "no" sul "sì", della reazione sull'azione. Anche la vita diviene adattamento e regolazione, si riduce alle sue forze secondarie: non comprendiamo nemmeno più che cosa significhi agire. Questa vittoria comune delle forze reattive e della volontà di negare viene chiamata da Nietzsche "nichilismo", o trionfo degli schiavi. Per una filosofia della forza o della volontà, sembra difficile spiegare come le forze reattive, come gli "schiavi", i "deboli" abbiano il sopravvento. Ma in verità, i deboli, gli schiavi non trionfano sommando le proprie forze, ma sottraendole all'altro: separano il forte da ciò che può. Trionfano non per la combinazione della loro potenza, ma per la potenza del loro contagio. Essi provocano un divenire-reattivo di tutte le forze. È questa la "degenerazione". È un divenire-malato di tutta la vita, un divenire-schiavo di ogni uomo che costituisce la vittoria del nichilismo. Così si potranno evitare dei fraintendimenti sui termini nietzscheani "forte" e "debole", "signore" e "schiavo": è evidente che lo schiavo non cessa di essere schiavo prendendo il potere, né il debole, un debole. Le forze reattive, anche se prendono il sopravvento, non cessano di essere forze reattive. I nostri signori sono degli schiavi che trionfano in un divenire schiavo universale: l'europeo, il servo, il buffone… Nietzsche descrive gli stati moderni come dei formicai, in cui i capi e i potenti hanno il sopravvento per la loro bassezza, per il contagio di questa bassezza e di questa buffoneria. Quale che sia la complessità di Nietzsche, il lettore può facilmente capire in quale categoria (cioè in quale tipo) egli avrebbe posto la razza dei "signori" concepita dai nazisti. Quando il nichilismo trionfa, allora, e soltanto allora, la volontà di potenza cessa di voler dire "creare", m significa: volere la potenza, desiderio di dominio (dunque attribuirsi, o farsi attribuire, i valori stabiliti: soldi, onore, potere…). Una delle più grandi affermazioni di Nietzsche è: "Si devono sempre difendere i forti contro i deboli". Cerchiamo di precisare, nel caso dell'uomo, le tappe del trionfo del nichilismo. 1. Il risentimento: è colpa tua, è colpa tua… Accusa e recriminazioni proiettive. È colpa tua se sono debole e infelice. La vita reattiva si sottrae alle forze attive, la reazione cessa di essere "agita". La reazione diventa qualcosa di sentito, "risentimento" che si esercita contro tutto ciò che è attivo. Si rende l'azione "vergognosa": la vita stessa è accusata,separata dalla sua potenza, separata da ciò che può. 2. La cattiva coscienza: è colpa mia… Momento della introiezione. Le forze reattive interiorizzano la colpa, si dichiarano colpevoli, si rivoltano contro di sé. 3. L'ideale ascetico: momento della sublimazione. Finalmente l'oggetto della vita debole o reattiva diviene la negazione della vita. La sua volontà di potenza è volontà del nulla, degli stati prossimi allo zero. A questo punto s'intreccia l'inquietante alleanza. Si giudicherà la vita ormai a partire dai valori detti superiori alla vita: questi valori pietosi si oppongono alla vita, la condannano, la conducono al nulla. Essi non promettono salvezza che alle forme della vita più reattive, più deboli, più malate. Questa è l'alleanza del Dio-Nulla e dell'Uomo-Reattivo. Tutto è rovesciato. Si dice che uno è forte perché porta: e quel che porta è il peso, la responsabilità dei valori "superiori". Il facchino è il contrario di un creatore, di un danzatore. Le tappe precedenti corrispondono, per Nietzsche, alla religione giudaica, poi cristiana. Ma quest'ultima è ben preparata dalla filosofia greca, cioè dalla degenerazione della filosofia in Grecia. E queste tappe sono pure la genesi delle grandi categorie del pensiero: l'Io, il Mondo, Dio, la causalità, la finalità, ecc. 4. La morte di Dio: momento del recupero. L'uomo si scopre l'uccisore di Dio, vuole assumersi come tale e portare questo nuovo peso. Egli vuole la conseguenza logica di questa morte: divenire lui stesso Dio, rimpiazzare Dio. La morte di Dio è un grande avvenimento, clamoroso ma insufficiente. Perché il "nichilismo" continua, cambia appena di forma. Fin qui il nichilismo significava deprezzamento, negazione della vita in nome di valori superiori. E ora: negazione di questi valori superiori, sostituzione con valori umani - troppo umani (la morale sostituisce la religione, l'utilità, il progresso, persino la storia, sostituiscono i valori divini). Nulla è mutato perché la stessa vita reattiva, la stessa schiavità che trionfava all'ombra dei valori divini, e che ora trionfa attraverso i valori umani. È lo stesso portatore, lo stesso asino che era caricato del peso delle reliquie divine, di cui doveva rispondere davanti a Dio, e che ora si carica spontaneamente, autoresponsabilmente. È la grande miseria di quelli che egli chiama gli "uomini superiori". Costoro vogliono rimpiazzare Dio, portano i valori umani, credono pure di ritrovare la realtà, di recuperare il senso dell'affermazione. Ma la sola affermazione di cui sono capaci è il "Sì" dell'asino, I-A. 5. L'ultimo uomo e l'uomo che vuole perire: momento della fine. La morte di Dio è un avvenimento che attende ancora il suo senso e il suo valore. Finchè non mutiamo principio di valutazione, niente è mutato, siamo sempre sotto il dominio dei valori stabiliti. Quando esce di scena l'uomo superiore, sorge l'ultimo uomo, quello che dice: tutto è vano; meglio spegnersi passivamente! Ma, col favore di questa rottura, la volontà del nulla a sua volta si rivolge contro le forze reattive, diviene volontà di negare la vita stessa e ispira all'uomo la voglia di distruggersi attivamente. Al di là dell'ultimo uomo c'è dunque ancora l'uomo che vuole perire. E a questo punto di compimento del nichilismo (Mezzanotte) tutto è pronto - pronto per una transvalutazione. La transvalutazione di tutti i valori si definisce così: un divenire attivo delle forze, un trionfo dell'affermazione nella volontà di potenza. Sotto il dominio del nichilismo il negativo è la forma e il fondo della volontà di potenza; l'affermazione è soltanto seconda, subordinata alla negazione: raccoglie e porta i frutti del negativo. Così che il Sì dell'asino, I-A, sia un falso sì, una sorta di caricatura di affermazione. Ora tutto muta: l'affermazione diventa l'essenza o la volontà di potenza stessa. Quanto al negativo, esso sussiste, ma come il modo di essere di colui che afferma, come l'aggressività propria all'affermazione: come il lampo che annuncia il tuono che segue ciò che è affermato - come la critica totale che accompagna la creazione. Così Zarathustra è l'affermazione pura, ma che porta, appunto, la negazione al suo grado supremo, facendone un'azione, un'istanza al servizio di chi afferma e di chi crea. Il Sì di Zarathustra si oppone al Sì dell'asino come il creare si oppone al portare. Il No di Zarathustra si oppone al No del nichilismo come l'aggressività si oppone al risentimento. La transvalutazione significa questo rovesciamento dei rapporti di affermazione-negazione. Ma si vede che la transvalutazione non è possibile che nella conclusione del nichilismo. È stato necessario andare fino all'ultimo degli uomini, poi all'uomo che vuole perire, perché la negazione, rivolgendosi finalmente contro le forze reattive, divenisse essa stessa un'azione e passasse al servizio di un'affermazione superiore (donde la formula di Nietzsche: il nichilismo vinto, ma vinto da se stesso…). L'affermazione è la più alta potenza della volontà. Ciò che il nichilismo condanna e si sforza di negare non è tanto l'essere, poiché l'essere, come è ormai noto, assomiglia come un fratello al nulla. È piuttosto il molteplice, il divenire. Il nichilismo considera il divenire come qualcosa che deve espiare e che deve essere riassorbito nell'Uno. Il divenire e il molteplice sono colpevoli, questa è la prima e l'ultima parola del nichilismo. Così sotto il dominio del nichilismo c'è un oscuro sentimento di colpevolezza. Al contrario, la prima figura della transvalutazione eleva il molteplice e il divenire alla più alta potenza: essi ne fanno l'oggetto di una affermazione. E nell'affermazione del molteplice c'è la gioia pratica del diverso. Il molteplice è affermato in quanto molteplice, il divenire è affermato in quanto divenire. Questo significa che l'affermazione è essa stessa molteplice, che essa stessa diviene e che il divenire e il molteplice sono essi stessi delle affermazioni. La seconda figura della transvalutazione è l'affermazione dell'affermazione, lo sdoppiamento, la coppia divina Dioniso-Arianna. Fin dalla Nascita della tragedia, Dioniso era definito per la sua opposizione a Socrate, più ancora che per la sua alleanza con Apollo: Socrate giudicava e condannava la vita in nome dei valori superiori, ma Dioniso già presentiva che la vita non deve essere giudicata, che essa è di per sé giusta, di per sé abbastanza santa. Danza, leggerezza, riso sono le proprietà di Dioniso. Come potenza dell'affermazione, Dioniso evoca uno specchio dentro il suo specchio, un anello dentro il suo anello: è necessaria una seconda affermazione perché l'affermazione sia essa stessa affermata. Dioniso ha una fidanzata, Arianna ("ha piccole orecchie, ha le mie orecchie: / metti là dentro una saggia parola!"). La sola parola saggia è Sì. Il molteplice non è più legittimato dell'Uno, né il divenire dell'essere. Ma l'essere e l'Uno fanno di meglio che perdere il loro senso: ne assumonon uno nuovo. Perché ora l'Uno si dice del molteplice in quanto molteplice (schegge o frammenti); l'essere si dice del divenire in quanto divenire. Questo è il rovesciamento nietzscheano, ovvero la terza figura della transvalutazione. Non si oppone più il divenire all'essere, il molteplice all'Uno (essendo queste opposizioni proprio le categorie del nichilismo). Al contrario si afferma l'Uno del molteplice, l'essere del divenire. O meglio, come dice Nietzsche, si afferma la necessità del caso. Dioniso è giocatore. Il vero giocatore fa del caso un oggetto di affermazione: egli afferma i frammenti, le membra del caso; da questa affermazione nasce il numero necessario che ripropone l'alea*. * Le coup de dés (il lancio dei dadi). Riferimento all'opera di Mallarmé Un coup de dés jamais n'abolira l'hasard. [N.d.C.] Ormai si vede quale sia questa terza figura: il gioco dell'eterno ritorno. Ritornare è precisamente l'essere del divenire, l'uno del molteplice, la necessità del caso. Così bisogna evitare di fare dell'eterno ritorno un ritorno dello Stesso. Sarebbe disconoscere la forma della transvalutazione, e il mutamento all'interno del rapporto fondamentale. Perchè lo Stesso non preesiste al diverso (eccetto che nella categoria del nichilismo). Non è lo Stesso che ritorna, poiché il ritornare è la forma originaria dello Stesso, che si dice solamente del diverso, del molteplice, del divenire. Lo Stesso non ritorna, è soltanto il ritornare che è lo Stesso di ciò che diviene. Ne va dell'essenza stessa dell'eterno ritorno. Questa questione dell'eterno ritorno dev'essere sbarazzata da ogni sorta di tematica inutile o falsa. Talvolta ci si chiede come Nietzsche abbia potuto credere nuovo, prodigioso un simile pensiero, che invece sembra così frequente negli antichi pensatori: ma Nietzsche sapeva appunto che questo non ha luogo nella filosofia antica, né il Grecia né in Oriente, se non in modo assai parcellare e incerto, in un senso totalmente diverso dal suo. Ci si domanda anche che cosa ci sia di straordinario nell'eterno ritorno se questo consiste in un ciclo, cioè in un ritorno del Tutto, in un ritorno dello Stesso, in un ritorno allo Stesso: ma appunto non si stratta di questo. Il segreto di Nietzsche è che l'eterno ritorno è selettivo. E doppiamente selettivo. Perché ci dà una legge per l'autonomia della volontà liberata da ogni morale: qualsiasi cosa io voglia (la mia pigrizia, la mia golosità, la mia viltà, il mio vizio come la mia virtù), io "devo" volerla in modo tale da volerne anche l'eterno ritorno. Viene così eliminato il mondo dei "mezzo-volere", tutto ciò che noi vogliamo a condizione di dire: basta che sia una volta, per una volta sola. Anche una viltà, una pigrizia che volessero il loro eterno ritorno diverse da una pigrizia, da una viltà: diventerebbero attive e quindi potenze d'affermazione. E l'eterno non è solamente il pensiero selettivo, ma anche l'essere selettivo. Ritorna soltanto l'affermazione, ritorna solo ciò che può essere affermato, soltanto la gioia ritorna. Tutto ciò che può essere negato, tutto ciò che è negazione è espulso dal movimento stesso dell'eterno ritorno. L'eterno ritorno dev'essere paragonato ad una ruota. Ma il movimento della ruota è dotato di un potere centrifugo che espelle ogni negatività. Perché l'essere si affemi dal divenire, esso espelle da sé tuto ciò che contraddice l'affermazione, tutte le forme del nichilismo e della reazione: cattiva coscienza, risentimento…, le si vedrà una sola volta. Tuttavia Nietzsche, in molti passi, considera l'eterno ritorno come un ciclo in cui tutto ritorna, in cui lo stesso ritorna e che ritorna allo stesso. L'eterno ritorno è così l'oggetto di due esposizioni (ce ne sarebbero state di più, se l'opera non fosse stata interrotta dalla follia, che ha impedito una progressione che Nietzsche stesso aveva concepito esplicitamente). Ora, di queste due esposizioni che ci restano, l'una concerne Zarathustra malato, l'altra Zarathustra convalescente e quasi guarito. Ciò che rende Zarathustra malato è proprio l'idea del ciclo: l'idea che Tutto ritorni, che lo stesso ritorni, e che tutto ritorni allo stesso. Perché, in questo caso, l'eterno ritorno non è che un'ipotesi, ipotesi banale e terrificante al tempo stesso. Banale perché essa equivale ad una certezza naturale, animale, immediata (è questo il motivo per cui, quando l'aquila e il serpente si sforzano di consolarlo, Zarathustra risponde loro: voi avete trasformato l'eterno ritorno in una "canzone da organetto", avete ridotto l'eterno ritorno ad una formula nota, troppo nota)*. * Cfr. Così parlò Zarathustra, parte III, "Il convalescente". E terrificante perché, se è vero che tutto ritorna e ritorna allo stesso, allora ritorneranno anche l'uomo piccolo e meschino, il nichilismo e la sua reazione (ecco il motivo per cui Zarathustra proclama il suo grande disgusto, il suo grande disprezzo, e dichiara che non può, che non vuole, che non osa dire l'eterno ritorno). Cosa è successo dal momento in cui Zarathustra è convalescente? Si tratta di un mutamento nella comprensione e nella significazione dello stesso eterno ritorno. Zarathustra riconosce che, malato, non aveva compreso nulla dell'eterno ritorno. Che esso non è un ciclo, che non è un ritorno dello Stesso, che non è un ritorno allo stesso. Che esso non è una piatta evidenza naturale, tipica degli animali, né una triste punizione morale, tipica degli uomini. Zarathustra comprende l'identità "eterno ritorno = essere selettivo". Come potrebbe ritornare ciò che è reattivo e nichilista, come potrebbe ritornare il negativo, dal momento che l'eterno ritorno è l'essere che si può predicare soltanto dell'affermazione, del divenire in azione? Ruota centrifuga, "costellazione suprema dell'essere, che nessun desiderio raggiunge, che nessuna negazione insozza". L'eterno ritorno è la Ripetizione; ma è la Ripetizione che seleziona, la Ripetizione che salva. Prodigioso segreto di una Ripetizione liberatrice e selezionatrice. La transvalutazione ha dunque un quarto ed ultimo aspetto: implica e produce il superuomo. Perché nella sua essenza umana l'uomo è un essere reattivo, che combina le sue forze con il nichilismo. L'eterno ritorno lo respinge e lo espelle. La transvalutazione prevede una conversione radicale di essenza, che si produce nell'uomo, ma che produce il superuomo. Il superuomo designa esattamente la concentrazione di tutto ciò che può essere affermato, la forma superiore di ciò che è, il tipo che rappresenta l'essere selettivo, il prodotto e la soggettività di questo essere. E così questo è all'incrocio di due genealogie. Da una parte esso è prodotto nell'uomo, attraverso la mediazione dell'ultimo uomo e dell'uomo che vuole perire, a al di là di questi, come una lacerazione e una trasformazione dell'essenza umana. Ma d'altra parte, prodotto nell'uomo, esso non è prodotto dall'uomo: esso è il frutto di Dioniso e di Arianna. Così si compiono le figure della tranvalutazione: Dioniso ovvero l'affermazione; Dioniso-Arianna, ovvero lo sdoppiamento dell'affermazione; il superuomo, ovvero il tipo e il prodotto dell'affermazione. Abbiamo già visto in che senso la malattia, anche la follia, era presente nell'opera di Nietzsche. La crisi di paralisi generale (gennaio 1889) segna il momento in cui la malattia esce dall'opera, la interrompe, e ne rende impossibile la continuazione. Per tutto il tempo in cui Nietzsche ebbe l'arte di spostare le prospettive dalla salute alla malattia e viceversa, egli ha goduto, per quanto malato fosse, di una "grande salute" che rendeva possibile l'opera. Ma quando gli venne meno quest'arte, quando le maschere si confusero in quella di un pagliaccio, di un buffone, sotto la pressione di un processo organico o altro, allora la malattia si confuse con la fine dell'opera. ("NIETZSCHE con antologia di testi" di Gilles Deleuze, edizioni SE, 1997 e 2006 Milano. Titolo originale: "Nietzsche", 1965 Presses Universitaries de France) Citazioni di Nietzsche da Deleuze: L'eroe è gaio, ecco ciò che è sfuggito finora agli autori tragici. (Frammenti postumi 1882) Si devono sempre difendere i forti contro i deboli. (Frammenti postumi 1888) Il nichilismo vinto da se stesso. (Frammenti postumi 1887) E talvolta la follia stessa è la maschera che nasconde un sapere fatale e troppo sicuro. (Al di là del bene e del male) May 29 TUTTI I TERMINI DELL SLANG BOLOGNESE (sono tornata per scrivere delle stronzate...)ALLA VECCHIA: abbreviazione di 'alla vecchia maniera' ovvero senza pretese, senza fronzoli. 'Oh regaz, stasera ci troviamo da me, facciamo un po' di balotta e diciamo a mia madre di cucinare qualcosa alla vecchia'. ANDAR GIU' DI SPARARDELLO: si dice di un individuo che non ha peli sulla lingua, cioe' che dice tutto in faccia: 'Ieri ho litigato con mio marito e ti giuro son andata giu' di sparardello gli ho detto il RUSCO E BRUSCO di cio' che penso di lui'. ANDARE A RUSCO: e' un modo per mandare a quel paese qualcuno in senso dispregiativo: andare a RUSCO significa vagare in cerca di qualcosa che non vale nulla come, appunto, l'immondizia. BAGAGLIO (anche 'zavaglio'): sostantivo che può indicare indifferentemente qualsiasi oggetto (o persona) con accezione negativa. Definisce sinteticamente la condizione di attrezzo inutile il cui unico attributo è quello di possedere un peso senza, nonostante tutto, svolgere correttamente la propria funzione. 'Cos'è quel bagaglio lì?' domanderà con aria di superiorità il giovine felsineo additando il vecchio cellulare dell'amico dalle dimensioni di un cabina telefonica. BALOTTA: Notevole concentrazione di persone in un dato sito. A volte può indicare anche la propria compagnia di amici. 'Gran Balotta c'è stasera' sarà l'affermazione del giovane bolognese constatando la coda kilometrica per entrare al Ruvido... BATEDO: letteralmente equivalente alla locuzione 'una gran quantità di'. Il termine, pur nella sua sinteticità estrema, esprime con disarmante successo l'immagine onomatopeica del tamburellare incessante di qualcosa che si abbatte senza concedere tregua alcuna. 'Ho preso un batedo d'acqua!' esclamerà correttamente l'ignaro cicloturista appena rincasato fradicio dopo l'ennesima bizza metereologica di queste mezze stagioni ritornate prepotentemente di moda. Alcuni il 'batedo' l'hanno invece riscontrato personalmente nelle risse davanti al Matis. BATTELLO: stesso significato di BATEDO ma più italianizzatto. BAZZA: intrallazzo, conoscenza tattica volta all'ingresso in disco (o altro...) senza sottostare a code di ore o allo sconto all'atto dell'acquisto del settimo aperitivo consecutivo al Rosarosae. BIGA: bicicletta. BOCCHEGGIARE/BROZZARE: cogliere sul fatto, scoprire qualcuno in situazioni particolari (la maggior parte delle volte quando non si dovrebbe esser scoperti). 'Oh regaz l'altro giorno la mia figa mi ha brozzato mentre mandavo sms porno ad una tipa'. BONA LE': basta. Locuzione sintetica ma esaustiva per sancire il termine di qualsiasi attività o discussione. 'bona lè, riga! non ne voglio mezza!' Affermerà perentoria la fanciulla-bene all'incipiente quarantasettesimo tentativo di 'intomellamento' ad opera del maldestro maraglio di turno. Vedi anche: 'riga'. BRAGA: derivazione di braghe, pantaloni. Il termine viene usato per indicare qualsiasi luogo in cui il numero di presenze maschili superi quello femminile. 'Oh regaz ma dove mi avete portato? In questa discoteca c'è solo della gran braga!' BRESCO: o meglio 'essere bresco'. Definisce lo stato comatoso conseguente ad abuso di sostanze alcooliche e depone a grande sfavore del soggetto in quanto assolutamente incapace di intendere e di volere. Es.: 'Regaz, ieri sera ero troppo bresco' esclamerà il morigerato fanciullo la giornata susseguente ad una bravata con gli amici. BRISA: La negazione per eccellenza del vero bolognese. E' uguale al NON in italiano ma è molto più potente. Da usare in frasi perentorie (rigorosamente in dialetto) nelle quali non ci sia possibilità di replica da parte dell'interlocutore. 'Oh cinno brisa strazzer i maron!' - Ehi bimbo non rompere le scatole. BRONZA: Termine che sta ad indicare una emissione di gas più o meno nociva e/o rumorosa dall'apparato intestinale. BULBO: capelli. Il bolognese veramente giovane affermerà al suo amico scapigliato dalla corrente: 'con questo vento hai un bulbo che non si affronta!' BURDIGONE: letteralmente scarafaggio. Il termine indica però anche quelle caramelle nere, in simil-liquirizia, a forma appunto di scarafaggi, che, a volte, ancora si riescono a trovare in alcune vecchie drogherie. BURIDONE/MALIPPO: casino, bordello, confusione. BUSONE/A: termine polivalente, comunemente sta ad indicare il gay mentre al femminile descrive una donna con delle vedute sessuali particolarmente 'aperte'. Può essere però usato anche per descrivere una persona particolarmente fortunata: 'Oh quel tipo lì è proprio un busone'. BUZZA: letteralmente 'pancia'. Con tale termine si vuole indicare la protuberanza addominale che frequentemente accompagna già in tenera età i giovani bolognesi. Un grande classico è la cosidetta 'buzza alcolica', cioè quella dovuta al ripetuto e costante abuso di sostanze alcoliche: 'hai visto che buzza che ha messo insieme quel tipo a furia di taffiare come un ninino'. CALIFFO: il termine spesso usato per riconoscere ad un determinato soggetto una certa qual abilità spesso riferita al campo femminile, ma non solo. Dire 'sei un califfo' è come dire 'sei un grande!'.Questa valutazione è spesso accompagnata da un aumento di volume della voce dell'autore per un evidente coinvolgimento dei presenti. CARRO: Vedi 'Ferro' CARTOLA: tipo giusto, molto fico, di un'altra. Se si 'ha la càrtola' significa che si possiedono tutte le caratteristiche necessarie per fare colpo sull'universo femminile. CATRAME: Vedi 'Scardozzo' CASSA: Stato mentale in cui non si è particolarmente orientati nel tempo e/o nello spazio. Può essere dovuto all'assunzione di sostanze psicotrope o alcoliche, ma anche ad eccessiva stanchezza. 'Oh regaz, ieri sera c'avevo una cassa adosso che mi hanno dovuto portare in branda gli altri perchè io non ce la potevo fare'. CIAPPINARO: La pronuncia esatta è Ciapinaro in quanto la doppia 'p' viene immolata senza troppi rimorsi sull'altare della corretta cadenza felsinea. Il termine, indica il trafficone tuttofare, colui che svolge attività non soggette a fattura nell'ambito della manutenzione della dimora o dei veicoli all'interno di relazioni tribali di condominio o di quartiere. CIAPPINO: Il termine ha il significato di affare, incombenza da assolvere. 'Devo andare a casa che c'ho un ciapino da fare' dirà il bolognese alla sua morosa che vuole propinargli una serata davanti alla tele a vedere per l'ennesima volta 'Vi presento Joe Black'. CICCHETTO: Il cicchetto è un giro di sostanza alcolica al bar. In origine poteva essere il bicchiere di vino, servito nel tradizionale bicchiere di vetro piccolo e spesso 4 cm , adesso può anche essere riferito agli 'shorts'. Il vero professionista del cicchetto comincia la sua giornata alle 7 della mattina con appunto un cicchetto di stravecchio, rigorosamente a stomaco vuoto.. CINNO: Bambino, ragazzo. Tale termine a volte viene usato, in modo dispregiativo, per impartire, in modo perentorio, un comando ad individui (generalmente più piccoli di età o condizione) di cui si ha scarsa considerazione. CIOCAPIATTI: Letteralmente 'Colui che rompe dei piatti'. Più correttamente 'cioccapiatti', la doppia 'c' non viene pronunciata per esigenze di cadenza. Personaggio sbruffone con la tendenza a parlare molto e concludere poco. Di solito affibiato ad individui che si vantano di particolari prodezze o agganci che in realtà non hanno. 'Lui lì è un gran ciocapiatti' affermerà il gentleman bolognese raccontando agli amici le gesta del PR di turno che gli aveva assicurato un entrata a gratis al Matis (e scusate la rima). CIOCATA: rimprovero, cazziatone. Anche in questo caso la doppia 'c' viene elisa per motivi di corretta pronuncia. 'Ho preso una ciocàta pazzesca' asserirà correttamente lo studente ripreso e ridicolizzato di fronte alla platea di compagni di corso dal prof che lo ha 'sgamato' mentre copiava la soluzione del problema. CIOZZA: Vedi 'Bresco' 'Oh ieri sera ho preso una ciozza della Madonna'. CUCCIO: piccolo urto, colpetto, inteso in svariati modi, anche sessuale. 'Oh regaz, l'altra sera mentre parcheggiavo ho dato un cuccio al paraurti della macchina'. 'Oh regaz, l'altra sera avevo una gran tirella e ho dato un un cuccio alla mia donna'. DARE LA MOLLA (O SMOLLARE...): mollare, scaricare. Utilizzato principalmente nel senso di liberarsi della persona con cui si è soliti accompagnarsi. Alla domanda 'dove l'hai messa la morosa?' il giovane bolognese che vorrà distinguersi per eleganza e modernità risponderà convenientemente 'cioé, le ho dato la molla, mi aveva troppo zagnato i maroni!' oppure 'ho smollato la tipa'. DELLA SERIE...: incipit per eccellenza che prelude ad una categoria di cui l'evento che viene commentato si ritiene faccia parte. Fondamentale la 's' sibilante e la 'e' molto aperta affinché la locuzione sia effettivamente giovane ed efficace. ESSERE DI UN'ALTRA (o di prima, o di primissima): sottointeso 'categoria' (al maschile è sottointeso 'ordine'). Locuzione utilizzata per esprimere entusiasmo e felicità per qualcosa. L'oggetto dell'espressione viene immediatamente posto al di sopra di ogni confronto con oggetti simili ma banalmente e tristemente più scadenti (di ultima). FANGA: scarpa. Tendenzialmente schivo e scarsamente esibizionista il giovane felsineo apostroferà il suo interlocutore appoggiando un lieve: 'ho comprato delle fanghe in centro che sono di un'altra' . FARE IL PROPRIO NUMERO (non...): locuzione di rimprovero che colpisce la giovane mente bolognese fin dalla più tenera età e che lo accompagna nel corso della sua esistenza pronunciata ora dall'amico di turno ora dalla dolce consorte la quale, prontamente avvedutasi dell'imminente, ricorrente fragorosa digestione del compagno nel corso del pranzo di nozze della sorella, lo apostroferà così: 'Non farai mica di nuovo il tuo numero?!' FAR L'ASINO: ha all'incirca la stessa valenza di fare FARE IL PROPRIO NUMERO; il termine puo' essere usato come rimprovero: 'Oh la pianti di far l'asino?!' oppure come complimento: ' Soccia quel tipo fa sempre l'asino, è troppo simpatico'. FARLOCCO: termine da usare in casi di malfunzionamento di un qualsiasi aggeggio. Il top del farlocco è quando fai un acquisto di cui sei troppo felice e ti accorgi, appena scartato che il tutto non funziona. 'Oh regaz, ho comperato un pc nuovo ma non si collega ad internet, mi sa tanto che è farlocco'. FATTANZA: situazione mentale non molto differente dalla cassa. Questo termine è però più indicato nei casi di uso massiccio di sostanze chimiche (Chicche, funghi) oppure di erbe misteriose. FERRO: I bolognesi usano questo riferimento al noto elemento presente in natura per indicare un veicolo a motore a 2 o 4 ruote. Tipiche situazioni sono quelle che si verificano quando il maraglio di turno si presenta al bar davanti agli amici con la 'Punto Sporting' ipertaroccata i quali diranno: 'Ma dai! Ma che ferro hai?' (notare la finezza della rima...) oppure 'VA MO' LA che ferro che sfoggi stasera'. FIOCCO: bacio. Gergo tipicamente da sbarbo, ma ormai caduto in disuso, ancora in voga fra i veri intenditori dello 'slang' bolognese. FITTONE: paletto, ostacolo, generalmente fisso, ma sono sempre più frequenti quelli mobili, per impedire il passaggio di autoveicoli. Il fittone classico è solitamente di forma fallica. 'Oh regaz l'altra sera ho preso contro ad un fittone in parcheggio e ho sfatto la fiancata'. FONTANIERE: idraulico. GABANELLA: Indica il riposino dopo mangiato, all'incirca fra le 13.30 alle 14.30. 'Regaz, io vado, mangio, mi faccio una gabanella e torno'. GAGGIA: mento di notevoli dimensioni e sproporzionato rispetto al resto del viso. Tra gli esempi più famosi citiamo Celìne Dion e Michael Schumacher. GAGNARE: rubare, fregare. 'Dove hai preso quella biga?' 'L'ho gagnata in piazza Verdi a un Tunnello' GEPPO: scarso, maldestro, personaggio di scarso spessore. Aggettivo dispregiativo utilizzato per additare persona sfigata di cui si nutre scarsa considerazione. L'espressione può essere rafforzata ulteriormente da specificazioni peggiorative come nei seguenti esempi: 'geppo di ultima'. GHEGA/GNOCCO/TOZZA: colpo, urto, ma può indicare anche un pugno oppure un incidente. 'Oh regaz l'altro giorno stavo impezzando una gnocca di prima. Il suo tipo però se ne è accorto e mi ha cacciato una gran ghega in fronte'. GHIGNARE: per il vero bolognese significa ridere. 'O regaz l'altra sera siamo andati a vedere i busoni e ci siam fatti delle gran ghigne!' GIANDO/GIANDONE: termine che ha la stessa valenza di geppo, ma che a differenza di questo deve essere usato con persone di notevole statura e stazza. GIAZZO: contrazione della parola 'ghiaccio'. Il termine sta ad indicare una temperatura particolarmente rigida con presenza di pinguini. 'Oh regaz, ma che giazzo fa oggi?'. Può avere anche significato di scarse disponibilità economiche 'Oh regaz, oggi ho del giazzo nelle tasche'. GNICCARE: termine dalla valenza multipla: può indicare un rumore 'Oh regaz ho la macchina che gnicca sull'anteriore'. oppure può essere usato per indicare una morte improvvisa 'Oh regaz l'altro giorno è gniccato mio nonno d'infarto'. GNOLA (FARE LA): espressione da usare in presenza di persone lamentose, querule. 'Dai mo Gina, ti porto al cinema, piantala di gnolare!' GREZZA: gaffe, figura barbina di proporzioni cosmiche. GUAZZA: per il bolognese DOC il termine indica la brina che, durante le notti felsinee si forma, spesso e volentieri, un po' ovunque. 'Oh regaz occhio a tornare a casa col motorino che c'è della guazza'. GUBBIARE: dormire. 'Oh regaz, ieri ero a pranzo da mia nonna, ho cacciato una gran taffiata, mi è venuta una gran cassa nel pomeriggio, così mi son buttato sul letto e mi son fatto una gran gubbiata'. GUZZARE: ovvero l'atto sessuale propriamente detto, anzi fatto. 'Allora com'è andata con quella penna?' 'Le ho cacciato una guzzata della Madonna'. Il termine però può anche indicare un furto 'Regaz mi hanno appena guzzato la macchina!' IMPALUGARE: allappare, invischiare. Tipico verbo da usare durante gare di Orzoro, pangrattato a cucchiaiate senza bere. Il giovane bolognese che tronfio estrarrà dal suo zainetto il mitico 'tortino porretta' o il non meno temibile 'buondì classico' (privo dell'effetto lubrificante della marmellata o della copertura di cioccolato) per la merenda si troverà irrimediabilmente impalugato e quindi bisognoso di ettolitri di liquido. INFOIATO: il termine indica uno stato mentale in cui un individuo si butta a capofitto in un'azione oppure è particolarmente convinto di riuscire in una impresa. 'Oh regaz con quella tipa la mi sto infoiando di brutto' INGHIPPO: situazione ingarbugliata, problema, grattacapo. INTAPPO: abbigliamento particolare, look. Utilizzato in modo particolarmente efficace per riferirsi a travestimenti o agghindature finalizzate alla partecipazione a feste a tema (intappo anni '70). L'arrivo di un amico dotato di zampa di elefante e stivaletto in pelle con cerniera laterale verrà convenientemente salutato con un efficacissimo: 'meerda, che intappo! Sei troppo di un'altra!'. Lo stesso termine può essere esteso alla fanciulla notoriamente tranquilla in vena apparente di trasgressioni presentatasi con un look aggressivo. INTAPPINO: termine che usano le donne per sottolineare un indumento intimo per far colpo sul fidanzato 'Ieri mi son comprata un intappino da urlo'. INTORTARE (da cui il sostantivo 'intorto'): circuire, ammansire con discorsi possibilmente lunghi e fastidiosi a fini persuasivi. La pratica dell'intorto è tipicamente attuata dal giovane di tendenza che, sfoggiando camicia 'di primissima' ed il dodicesimo calice di frizzantino al dehor del Rosarosae, dà prova di prorompente logorrea alla fanciulla trampolata di turno al fine palese di ottenere favori di natura sessuale. Il risultato comunque è indefinibile! 'Lui la' mi ha cacciato un'intorto e non finiva piu', una pezza che LA META' BASTA!'. LA META' BASTA: unità di misura che indica lo stato di saturazione di un individuo: basta appunto la meta' dell'argomento in oggetto per provocare fastidio, figuriamoci l'intero... 'Oh lui li' e' talmente MARAGLIO che la meta' basta!'. LESSO: tipo scarsamente sveglio. 'Lui lì è un lesso!' esclamerà la sagace fanciulla bolognese additando il giovane di passaggio il quale, la sera precedente, alla visione della suddetta in soli autoreggenti e sandali con tacco vertiginoso, non ha compreso le malcelate intenzioni sessuali della focosa compagna. LUDRO: personaggio dalle abitudini alimentari particolarmente sregolate (soprattutto nelle porzioni e negli orari), da cui il termine sludrare. LUMINO: emissione involontaria e accidentale di particelle di saliva dalla bocca. Il lumino compare sempre in momenti topici o importanti tipo quando stai intortando la donna della tua vita oppure durante un esame il cui esito potrebbe cambiarti la medesima e nel bel mezzo della discussione fai il bagno al tuo interlocutore perchè ti è partito il 'lumino'. MARAGLIO: aggettivo sostantivato utilizzato per identificare ragazzi/e abbastanza grezzi che si mettono in mostra in modo vistoso e cafone. Il giovane della Bologna bene affermerà 'che gran maraglio!' indicando platealmente il possessore della Renault 5 turbo con ruote iperlarghe e adesivi sul genere 'turbo', 'Rabbit', 'O'neill'. Il contrario avviene quando il giovane della bologna bene sfodererà il Porsche fiammante dal quale scenderà rigorosamente iperabbronzato con camicia bianca e con occhiali da sole 'Rayban' portati anche la sera. In questo caso la domanda più comune tra la gente è: 'Ma che maraglio è...?' MARONI: il termine, foneticamente parlando, rende al meglio il significato di queste rotondità anatomiche maschili di particolare importanza. Senza bisogno di spiegazioni sono le frasi ' Ho due maroni così' (sottointeso 'grandi': la grandezza viene spesso efficacemente espressa da una gestualità non fraintendibile...) e 'mi hai rotto i maroni'. MUSTA: termine che sta ad indicare il movimento ripetuto e ad andamento circolare della mandibola e della muscolatura attorno alla bocca dell'incallito consumatore di funghetti ed allucinogeni vari. NIDI: materiale vario, radunato a casaccio in un cartone o cassetto che non si userà mai. 'Oh Cinno, vedi ben sistemare tutti quei nidi che hai nella tua camera, altrimenti te li caccio giù dalla finestra'. 'Quasi quasi oggi do' una ripulita all'armadio così caccio via un sacco di nidi'. NOCE: pugno. 'Ti caccio una noce' esclamerà il bolognese inveendo contro l'ennesimo 'extra' che cerca di pulirgli il vetro al semaforo. NON C'E' PEZZA: locuzione ermetica che affonda le radici ai tempi di vacche magre in cui le pezze potevano sancire la salvezza di un capo di abbigliamento ormai logoro. Quando 'non c'è pezza' significa che non vi è modo di recuperare lo strappo e, per traslato, sottolinea l'ineluttabilità di un evento senza che si possa fare niente per evitarlo o per negarlo. 'Devo mettermi a dieta, non c'è pezza!' esclamerà non senza una nota di tristezza il giovane imbolsito da vagonate di tigelle e crescentine. NON SI AFFRONTA: locuzione atta ad indicare situazioni, immagini e/o persone al limite della gestibilità o comunque sgradevoli a qualunque dei cinque sensi. NON VOLERNE (PIU') MEZZA: essere saturo di una cosa al punto di non volerne più sentire parlare. Appare evidente il superiore impatto emozionale della locuzione felsinea al confronto del ben più prolisso ed inefficace corrispondente italiano. (Vedi anche 'scendere la catena') PAGLIA: sigaretta. Tipica l'espressione del galantuomo bolognese il quale, dopo avere sorseggiato il quinto 'mohito', si rivolge elegantemente al tavolo accanto al proprio biascicando: 'oh, regaz, avete una paglia?'. PANNO: coperta (del letto). Viene chiamato a gran voce dal galantuomo bolognese al sopraggiungere dei primi freddi apostrofando così la signora: 'Oh, Cesira, tira fuori il panno!'. PAPAGNA/O: Pugno, sberlone, alternativa a GHEGA/GNOCCO/TOZZA. 'Oh se non la pianti di far l'asino ti do una papagna che ti faccio girare due ore'. PASSI LUNGHI E BEN DISTESI: frase in disuso ma sempre efficace, la dice chi vuole allontanare un individuo prima che succeda qualcosa del tipo rissa, o per interrompere bruscamente una conversazione: 'Oh tipo VAI MO' A RUSCO, passi lunghi e ben distesi o ti caccio una NOCE'. PELANDRONE: il termine, ormai quasi perduto, indica, in maniera insindacabile, lo scansafatiche per eccellenza, quello che ha sempre il culo peso. Le nonne apostofavano così i nipoti scarsamente attivi. PENNA: termine che viene usato per indicare un bell'esemplare di genere femminile. 'Oh regaz quella tipa lì è una gran penna'. PEZZA: sostantivo derivato dal verbo 'impezzare' ossia usare la dialettica per chiudere all'angolo un altro individuo contro la sua volontà, il quale, dopo alcune orette sbotterà 'cioé, mi stai tirando una pezza allucinante! Cioé, non ti si affronta: basta'. (Vedi anche 'tomella') PICCAGLIO: anche in questo caso la doppia C viene rimossa per una corretta pronuncia petroniana. Il termine ha molteplici significati: può essere impiegato per indicare la sicura che si abbassa per chiudere la portiera nella macchina, oppure più generalmente un qualsiasi oggetto sporgente che non abbia un particolare nome. Può essere usato anche per indicare un personaggio di cui si ha scarsa considerazione oppure uno sbruffone, in questi caso ha la stessa valenza di Bagaglio PILLA (FRESCA): soldi, denaro. Sostantivo generalmente utilizzato per sottolineare le capacità economiche famigliari che permettono al vitellone di sfilare di fronte al 'Calice' sull'ultima spider in compagnia della gnocca di turno 'merda che ferro! Lui lì c'ha della gran pilla!'. 'Lui lì con quella azienda ha fatto della fresca'. PIOMBA: stato comatoso spesso dovuto all'azione di agenti esterni come droghe o alcool, ma che puo' essere usato per indicare anche uno stato vegetale conseguenza di abbondandti libagioni (classica la 'piomba post-pranzo'). PLUMA: avarizia portata ad eccessi di tipo rabbinico. 'Oh regaz lui lì c'ha una pluma addosso che spacca!' POLLEGGIO: riposarsi, stare calmi. Viene utilizzata spesso anche la forma imperativa del verbo in tono intimidatorio per raffreddare i bollori del maraglio di turno che spinge per non fare la coda all'ingresso della disco: 'Oh, polleggiati subito!'. 'Ieri sera non sono uscito, mis on polleggiato sul divano davanti alla TV'. POLO: sinonimo di GIAZZO. PRANA: sinonimo di BRONZA. RANDA/RANDANELLO: unità di misura della velocità. Indica la possibilità, per un mezzo di locomozione, di raggiungere velocità smodate. 'Oh regaz, il mio nuovo FERRO va a randa!' RAVALDONE: sinonimo di SCARDOZZO. REGAZ/REGIS: contrazione della parola 'ragazzi'. Usato in maniera confidenziale dal giovane petroniano per salutare la sua balotta di amici. 'Oh, Bela regaz, siete a posto?'. RIGA: basta, finito. La citazione della linea che determina la fine dell'elenco degli addendi nella somma del verduraio definisce per traslato la fine di ogni attività. Si fa seguire spesso e volentieri a BONA LE' come rafforzativo. RUSCO: pattume, spazzatura. 'Cacciala nel rusco!' si sentirà dire il tapino giunto al passo della Raticosa con mezz'oretta di ritardo rispetto agli altri amici dotati di moto ben più moderne e prestazionali. N.b: I bolognesi pensano erroneamente che questo termine sia utilizzato in tutta Italia. RUSCO E BRUSCO: si dice quando qualcuno dice il bello e il brutto di una vicenda, cioe' non nasconde nulla di un fatto. 'Ieri sono andata dal mio capo e gli ho detto il rusco e brusco di cosa non va in quell' ufficio'. Oppure pùò indicare un individuo che si adatta a qualsiasi condizione gli capiti davanti: 'Oh regaz sono in astinenza da troppo tempo, stasera pur di far qualcosa tiro sù il rusco e brusco'. SABADONE: elemento fisico che, generalmente, popola la provincia felsinea, perennemente fuori dalle mode e dal tempo, un po' ciondolante e dai modi goffi e impacciati, tendenzialmente alienato dalla società che lo circonda. SALTARE I FOSSI PER LA LUNGA: in sintesi fare passi da giganti, compiere imprese impossibili... un classico della bolognesita' e' il nonno che dice al nipote 'io alla tua eta' saltavo i fossi alla lunga' nel senso che i giovani di oggi sono meno attivi dei giovani di ieri. SANDRONE: termine molto 'vintage', anche questo usato dalle nonne, che davano del 'sandrone' al nipote che ne aveva combinata una delle sue. In tempi più moderni il termine viene usato da alcuni per indicare un volgare 'cannone'. SBAGIUZZA/SGADIZZA: segatura. Il termine però viene anche usato per indicare una cosa da poco, dal valore molto scarso, appunto come la segatura. Nelle vecchie officine, per asciugare una chiazza d'olio, si apostrofava così l'apprendista: 'Oh CINNO porta ben della sgadizza!'. SBOCCARE: Indisposizione gastrica con fuoriuscita copiosa di sostanze dalla bocca. SBROCCARE: perdere la brocca, andar fuori di brocca... Cioe' andar fuori di testa, arrabbiarsi. 'Oh regaz, l'altro giorno la mia tipa e' sbroccata perchè mi sono ingubbiato e non siamo andati al cinema!' SBORONE: esibizionista, personaggio che si fa notare rumorosamente, privo del benché minimo senso di misura, tatto ed eleganza. La diffusione del malcostume nazional-popolare di stampo catodico tipico di questo periodo storico ci offre continui esempi di 'sboroni' che spaziano dagli ostentatori di status simbol (auto, moto, abiti griffati, accessoristica elettronica di vario genere) accomunati dalla caratteristica di avere elevati prezzi senza possederne corrispondenti contenuti, ai più classici autocelebratori di prestazioni sportive, sessuali nonché spacciatori di falsissime amicizie altolocate. SBROZZO: unità di misura indicante una quantità indicibile di cose o persone. 'Oh regaz stasera al Matis c'è uno 'sbrozzo' di gente' sentenzierà il giovane felsineo dopo aver osservato la coda di 12 km davanti all'ingresso della disco. SCADORE: prurito. La frase classica nella quale inserire il termine è: 'Oh regaz, non so come mai, ma oggi c'ho un gran scadore al culo'. SCANCHERARE: imprecare, mandare un accidente a qualcuno, manifestare, in maniera accesa, il proprio disappunto nei confronti di qualcuno o qualcosa. 'Oh regaz, ieri ho provato a IMPEZZARE una tipa, ma questa NON NE VOLEVA MEZZA e mi ha scancherato dietro'. SCARACCIO: emissione volontaria di saliva dalla bocca. Lo scaraccio può essere semplice, solo saliva, oppure composto, con aggiunta di catarro e/o sangue, a seconda delle condizioni di salute più o meno gravi dell'individuo. SCARDOZZO: appellativo che viene solitamente affibiato ad un mezzo di locomozione non proprio all'avanguardia o che, pur essendo all'avanguardia, ha evidenti problemi di funzionamento. 'Dove l'hai preso quello scardozzo' dirà il giovane bolognese al maruecas che si presenterà con il suo 'nuovissimo' Ciao Piaggio. SCENDERE LA CATENA : tipica espressione che comunica il disarmo finale nei confronti di qualsivoglia evento al punto da non 'volerne più mezza'. Le due espressioni si rafforzano spesso in un confronto sintattico che porta il giovane ingegnere alla settima ora di scritto dell'esame di stato ad affermare: 'bona lì, riga! mi è scesa la catena: non ne voglio più mezza!'. Lo stesso verrà ritrovato poche ore dopo completamente 'in cassa' di fronte al pub irlandese... SCIMITONI: Modo di dire ormai solo x veri intenditori. Usato principalmente dalle nonne durante pranzi con abbondanti libagioni. Al terzo piatto di tagliatelle il giovane bolognese comincerà a chiedere pietà alla nonna e la stessa lo apostroferà così: 'Ma dai mangia ancora, non stare mica a far dei SIMITONI', la corretta pronuncia infatti viene ottenuta mediante la S iniziale maledettamente sibilante e l'eliminazione della C. SDOZZO: termine che si può usare sia per le persone che per le cose. Nelle persone indica individui non bellissimi, un po' imbranati, oppure bizzarri o ridicoli nell'aspetto. Può servire per descrivere un qualsiasi oggetto che non funzioni a dovere oppure vecchio, superato. 'Oh regaz lo scooter di mio padre perde i pezzi da tutte le parti, è proprio uno sdozzo' SFROMBOLARE/CACCIARE: gettare via, lanciare. Verbi che ben descrivono gesti plateali e definitivi volti all'eliminazione fisica di qualsiasi oggetto divenuto inutile o comunque sgradito. 'Soccia che stereo!' si dirà appena saggiata la potenza sonora dell'ultimissimo ritrovato acustico situato in camera dell'amico '...e che ne hai fatto di quello vecchio?' 'l'ho sfrombolato giù dalla finestra!' SGHETTO (ANDARE DI): espressione volta all'identificazione di contesti fortunosi che hanno consentito il concretizzarsi di eventi altrimenti improbabili. Tipico l'incipit dello studente universitario nullafacente e vitajolo che, all'ingresso dell'aula dove si tiene l'esame di 'scienza delle costruzioni', con la fiata ancora turbata dall'alcool ingerito la notte precedente esclama: 'oh raga, se passo questa mi va fatta di sghetto!' SGODEVOLE: stato fisico mentale tipico di una donna durante la comparsa delle sue cose, ma può essere usato anche al maschile per indicare un personaggio che non si affronta. SLUDRARE: verbo che indica un accostamento alimentare quanto meno discutibile 'Regaz ieri non avevo sonno così alle 2 di notte mi sono taffiato un salame intero con patatine fritte tocciate nella nutella'. SLUNGARE: Passare, allungare,dare.. si dice per farsi fare un favore subito.. 'Oh mi slunghi il giornale solo un attimo che leggo l'oroscopo?' SMATAFLONE: ceffone, manrovescio. Celebre la frase della nonna: 'Oh cinno, se non la smetti di fare il tuo numero ti caccio un smataflone, che ti attacco al muro'. SOCMEL/SOCCIA: intercalare dal significato multiplo. Letteralmente significa 'succhiamelo', ma è un'esclamazione che non ha alcun riferimento all'atto sessuale e che può essere usata in qualsiasi frangente, per esternare qualsiasi tipo di sentimento. 'Socmel che due maroni!' esclamerà il petroniano bloccato nel traffico dei viali alle 5 del pomeriggio. SOLFANAIO: rigattiere, robivecchi. Termine che deriva dalla 'solfa' petulante e ripetitiva col quale il rigattiere faceva sentire la sua presenza per le strade, del tipo 'Donne è arrivato l'arrotino!'. Il termine si usa per indicare un qualsiasi attrezzo che sia da eliminare per inutilità: 'Regaz oggi mi è ciocato il cellulare, è meglio se lo caccio dal solfanaio'. SPANIZZO: persona che si fa notare, che non si tira indietro, che osa in maniera evidente ma comunque degna di ammirazione. L'immagine, per quanto possa sembrare somigliante ad una prima lettura superficiale, differisce sensibilmente da quella dello SBORONE in quanto non comprende l'accezione negativa caratteristica di quest'ultimo. 'Oh regaz l'altro giorno ho voluto far lo spanizzo e ho pagato la cena a tutti'. SPARGUGLIO: confusione, disordine. Da utilizzare soprattutto in situazioni in cui oggetti vengono lasciati a casaccio SPLENDIDO: fare lo...(vedi SPANIZZO). SPORTA: contenitore una volta in tela grezza, ora in plastica, usato, generalmente, per fare la spesa. Per i maruecas trapiantati: non parlateci di 'busta per la spesa'; per noi la busta è quella da lettera e basta! SQUASSO: unità di misura non precisamente definita, molto simile a sbrozzo. Da usare assolutamente in casi in cui si debba gentilmente mandare a quel paese qualcuno: 'Oh tipo vai mo' a fare uno squasso di pugnette!'. SQUIZZARE: letteralmente 'schiacciare'. Il termine va però associato ad azioni specifiche, quelle in cui c'è una precisa fuoriuscita di liquido ad esempio 'Oh bela regaz, ieri son stato al Mac, mi sono taffiato un tot di patate e ci ho squizzato sopra un tubo di maionese: di un'altra!'. STRACCIARE: parola dal significato multiplo, ha la stessa valenza di SBOCCARE, indica l'azione di stressare qualcuno 'Oh tipo mi stai stracciando le balle, bona le!'; può significare anche passare col rosso ad un semaforo, oppure, in gergo motociclistico è da usare in casi di impennate da antologia: 'Oh regaz col mio nuovo ferro straccio delle impe che non si affrontano!'. SUSANELLO: il termine indica una persona di statura elevata, ma non è necessariamente dispregiativo come GIANDONE. SVERZURA: stato mentale che comporta una particolare carica o spinta a compiere determinate azioni. La 'sverzura' in campo sessuale è un classico. TABANA: ododre nuseabondo, al limite della sopportazione. Il termine trova applicazione in tutti i casi di ascella pezzata e di notevoli concentrazioni di fumo. 'Soccia che tabana!'. TAFFIARE: Letteralmente 'mangiare'. Può essere usato per indicare un abbondante ingurgitamento di cibo: 'Oh regaz ieri sera ho cacciato una taffiata clamorosa'; ma può indicare anche solo un pasto generico 'Oh regaz ho fame, andiamo al taffio?'. TAMUGNO: termine usato specialmente in campo gastronomico per indicare cibi indigeribili: 'Oh regaz le lasagne di oggi in mensa eran tamugne di brutto'. TIRELLA: condizione fisica che indica una profonda carica sessuale, nel sesso maschile si identifica con un'erezione, mentre nella donna può essere riconosciuta tramite una macchia umorale nelle mutande. TIRO: è l'azione di schiacciare il bottone che apre il portone del palazzo. Quando il gentiluomo bolognese si troverà ai piedi del condominio dell'amata suonerà il campanello pronunciando la frase: 'Ciao, sono io, mi dai il tiro?' TOCCIARE: intingere, fare la scarpetta. Eliminazione della doppia c come da copione 'Oh nonna posso tociare il pane nella pentola del ragu'?' TOMELLA: si riferisce all'atto di 'intomellare' ossia di riversare fiume di parole sul prossimo cercando di convincerlo delle cose più disparate. 'Cioé, mi hai fatto una tomella assurda, mollami subito!' Vedi anche 'PEZZA'. TUNNELLO: individuo originario della fascia del Magreb, trapiantato a Bologna, solitamente dedito allo spaccio di sostanze illecite. USTA: termine impiegabile in situazioni difficili, in cui ci sia bisogno di usare intelligenza, oppure astuzia. 'Oh regaz quel meccanico lì ha dell'usta: in due minuti mi ha riparato il mio ferro, che non ne voleva sapere mezza di ripartire!'. ZAGNARE: rompere, infastidire. Forma verbale tipicamente utilizzata nella più ampia locuzione 'zagnare i maroni' dove l'azione si eleva ad una forma catartica ed universale che colpisce inevitabilmente le parti più intime e sensibili della corporalità maschile, ultimo ed ineluttabile bersaglio delle persone più insopportabili che la vita ci para dinanzi. ZAGNO: sinonimo di GIAZZO. ZIGARE: piangere. Da usare in riferimento a pianti striduli e petulanti come quelli dei bambini. 'Oh quel cinno lì ieri sera non la smetteva mai di zigare, che due maroni mi ha fatto venire su!'. ZDOURA: letteralmente 'reggitora o reggitrice'. Il termine stava ad indicare, negli anni che furono, la classica donna/padrona di casa factotum della famiglia patriarcale. Ora la zdoura ha il significato più generico di donna un po' attempata, magari una di quelle che ancora piega (a mano) i tortellini alla festa dell'unità, oppure, quelle piene di paillettes, che si trovano nelle balere di liscio. ZORA: deriva dal termine precedente ma con un'accezione particolarmente negativa e ha lo stesso significato di BUSONA. Però, mentre la busona può avere anche una sorta di stile nella sua troionaggine, la zora è generalmente conciata in maniera assurda e si muove in società con la grazia di un camionista rumeno. March 20 Il tempo non esiste13/III/'08 Ho finalmente capito. Ieri notte, prima di addormentarmi, ho sentito l'esigenza di leggere qualche pezzo di Siddharta. E lo stesso ho fatto questa mattina al mio risveglio. Era proprio la parte sul fiume e sul barcaiolo, quella che cercavo. Finalmente ho capito. "Il tempo non esiste. Il fiume si trova ovunque in ogni istante, alle sorgenti e alla foce, alla cascata, al traghetto, alle rapide, nel mare, in montagna, dovunque in ogni istante, e per lui non vi è che presente, neanche l'ombra del passato, neanche l'ombra dell'avvenire; come dice Vasudeva. E allora ho considerato la mia vita, e ho visto che anch'essa è un fiume, ho visto che soltanto ombre, ma nulla di reale, separano la vecchia Me dalla nuova Me. Nulla fu, nulla sarà: tutto è, tutto ha realtà e presenza"; come dice Siddharta. Effettivamente sono tutto il mio passato e tutto il mio presente contemporaneamente, sono uno, e in questa unità il tempo non esiste. Il segreto del fiume è questo, che il tempo non esiste, perché esso è un continuo divenire e tutto è destinato a ritornare. Ora capisco finalmente perché provavo angoscia nel notare che ero uno e cento: nel descrivermi, nel manifestarmi, mi sentivo come moltiplicata, come fluida, come senza una forma stabile e precisa. Avrei potuto mostrarmi in cento modi diversi, avrei potuto essere cento Me diverse, e nessuna di queste aveva una priorità sull'altra. Questo era proprio ciò che mi faceva impazzire, sintentizzato nella frase "Sono l'Amorfo, che forma mi si vuole dare?". Questa frase, scritta in 4° superiore nel testo più oscuro che abbia mai scritto, "Selva nera", che rappresentava tutta la mia angoscia, era in realtà la risposta al mio tormento stesso. Era quella la chiave, nel punto di massimo smarrimento stava la risposta al mio bisognoso Essere. "Sìì acqua". (Beppe, ci sono riuscita). Mi sento serena, sento che il masso di pietra che pesava nel mio stomaco si è disciolto. Si è liquefatto. Hesse scrive di Siddharta: "Da lungo tempo sapeva di non essere più separato da Gotama, sebbene non avesse ascoltato la sua predicazione. No, l'uomo che cerca veramente, l'uomo che veramente vuol trovare, non può accogliere nessuna dottrina". Era questo che non avevo mai capito: cercavo di capire me stessa senza riuscirci, davo per scontato che guardando in me stessa avessi dovuto trovare un Uno senza ramificazioni, senza divergenze, senza contraddizioni. E non pensavo che forse, dal modo stesso in cui ero e non riuscivo a non essere, potevo imparare qualcosa. Ovvero che l'Uno ha molte sfaccettature, che l'Uno è un continuo divenire, e questo non è da combattere. L'Uno diviene e muta continuamente, ma resta se stesso: non perde se stesso, non distrugge il passato; il tempo non esiste, tutto è presente, io sono colei che sono e colei che ero, nello stesso momento, così come colei che sarò è già me, senza che io lo sappia. Le mie contraddizioni sono la mia ricchezza: sono il mio bagaglio, sono la mia storia, il mio attaccamanto ai dettagli e la perdita della loro sacralità sono un percorso, indicano momenti diversi di me stessa, come il fiume alla sorgente e il fiume alla foce. Ma non avevo mai considerato, soprattutto, che posso ritornare. Nulla mi vieta di tornare ad essere come cento anni fa, nulla mi vieta di ridiventare come ero un tempo, dopo aver attraversato terre diverse e modi di essere opposti. Questo non deve preoccuparmi, ma deve farmi sorridere. Guarda quanta strada ho fatto per tornare allo stesso punto. Al liceo ero capace di analizzare me stessa e sapevo esattamente cosa stavo pensando in ogni istante: perfino i miei pensieri inconsci non mi erano nascosti, e questo era stato il raggiungimento del mio obiettivo più grande. Per poi arrivare a disdegnare tutto questo, a voler diventare come una capra che non si preoccupa di quello che pensa e che in pratica non pensa. Godermi la vita e le cose come capitavano, senza pensare al significato di ogni cosa, senza interrogare la mia coscienza e il mio inconscio. Lasciarmi andare tra le cose più misere, più semplici, più mondane; fino al disgusto perfino di quelle. E ora, mi ritrovo a saper godere del mio corpo senza che la mia mente lo filtri e se ne impossessi; ma, guarda, non so più pensare, non so più analizzare la mia mente, non so più vedermi dall'alto e riconoscere ogni mio pensiero incoscio. Così come Siddharta (v. pag 108-109, Adelphi). "Strano destino davvero! S'era messo a marciare a ritroso, e ora si trovava di nuovo vuoto, nudo e sciocco nel mondo. Ma non poteva sentire amarezza per questo, no, anzi, perfino una gran voglia di ridere, ridere di se stesso, di questo strano, pazzo mondo. << A ritroso cammini!>> egli si disse, e ci rise su." "Me n'andai, e appresi da Kamala la gioia d'amore, appresi da Kamaswami il commercio, accumulai denaro, dissipai denaro, appresi ad amare il mio stomaco, a lusingare i miei sensi. Molti anni dovetti impiegare per perdere lo spirito, disapprendere il pensiero, dimenticare l'unità. Non è forse come se lentamente e per grandi traviamenti io mi fossi rifatto, d'uomo, bambino, di saggio che ero, puerile? Eppure è stata buona questa via, e l'usignolo non è ancora morto nel mio petto. Ma che via fu questa! Son dovuto passare attraverso tanta sciocchezza, tanta bruttura, tanto errore, tanto disgusto e delusione e dolore, solo per ridiventare bambino e ricominciare da capo. Ma è stato giusto, il mio cuore lo approva, gli occhi miei ne ridono. Ho dovuto provare la disperazione, ho dovuto abbassarmi fino al più stolto di tutti i pensieri, al pensiero del suicidio, per poter rivivere la grazia, per riapprendere l'Om, per poter di nuovo dormire tranquillo e risvegliarmi sereno. Ho dovuto essere un pazzo, per sentire di nuovo in me l'Atman. Ho dovuto peccare per poter rivivere. Dove può ancora condurmi il mio cammino? Stolto è questo cammino, va strisciando obliquamente, forse va in cerchio. Ma vada come vuole, io son contento di seguirlo." E sento anch'io una gioia palpitarmi in petto che non ho mai sentito. Anche se ho paura di perderla, ho paura che finisca e che questo pensiero non ancora vissuto voli via col vento dei miei pensieri. Ma ti devo dire una cosa: che in questo stato si sta benissimo. Non ho un centro, e non vado più alla ricerca della vera me stessa, di ciò che desidero essere: tutto ciò che mi porto a me stessa, sono io! Non so come avevo fatto a non pensarci mai. Avevo sempre rifiutato la mia molteplicità: sono come un paesaggio attraversato da un fiume, come ho potuto non immaginarlo mai? Perché sono andata alla ricerca della vera me, spesso non accettandomi, scartandomi, selezionandomi, rifiutandomi e allevandomi. Non ho mai pensato di essere un fiume? Un continuo divenire, un panta rei eraclitiano, dove gli opposti non sono in contraddizione, ma in bellissima armonia. Non ho mai pensato che i miei contrari NON si trovano in uno stagno, dove m'immobilità presente delle acque deve rendere imbarazzante questa convivenza assurda e meschina? Ma invece in un fiume, che si trova ovunque in ogni istante e che è diviene di continuo ricomprendendosi sempre nuovamente? Questa nuova consapevolezza mi rende felice. Ho percepito uno stato di beatitudine infinita. Bello. Bello! Immagina uno stato in cui provi solo felicità, gioia e armonia. Giocondità, direi. Nulla che stoni, nulla che spezzi. Sembrava quasi un eden, e ho paura di perderlo. Non nascondo che sono sicura che farò una gran fatica a non credere che sia stato tutto un'illusione, che mi sia lasciata trasportare dalla follia di un'illuminazione, di un lume filosofico. Ma la frase di Siddharta mi gira per la testa: l'uomo che cerca veramente, l'uomo che vuol veramente trovare, non può accogliere nessuna dottrina; quindi non mi serve ricordare le parole del libro, di Siddharta, di Hermann Hesse, per ritrovare questo momento di perfetto bilanciamento e di beatitudine. Mi sento estremamente buffa. March 10 Il risveglio -> il non senso del vivere -> l'inafferrabilità della bellezza -> l'effimerità della felicità. Per colpa della struttura economica che condiziona la Cultura.Stamattina mi sono svegliata percependo di nuovo il non senso del vivere. Ma perchè deve capitare a me?! A voi succede? In pratica sento che non c'è alcun motivo per cui viviamo. Mi salta subito in mente che se potessimo sempre percepire la bellezza e goderne in ogni istante essendo felici, il nostro vivere avrebbe un senso. Però mi guardo intorno e mi chiedo perchè allora non lo faccio: cioè, perchè non mi godo la vita nella sua bellezza quando e come voglio? E vedo la mia scrivania piena zeppa di libri di Storia della Psicologia, e capisco subito che non posso permettermi di farlo. Capisco che non posso volare in Canada dopo aver dato l'esame, perchè la nostra vita è strutturata secondo procedure e schemi. Questi ultimi sono la nostra Cultura, che è data dai rapporti di produzione che si vengono a creare sulla base delle forze produttive. Tutta la nostra società, e quindi la nostra vita - perchè (anche se non ci avevo mai pensato criticamente) viviamo in società! (e non in solitudine per esempio) - è fondata sull'economia! TUTTA LA NOSTRA VITA E' FONDATA SULL'ECONOMIA! Ve ne rendete conto? E' palese! Noi siamo amici perchè siamo compagni d'università, di scuola, di sport. Tutti, all'università, cercano un compagno d'università di cui diventare amico; e non per esempio l'addetto alle pulizie, e non il portinerista, e non il professore universitario, e non l'imbianchino che passa tutti i giorni ma che nessuno vede. E' evidente che questi ruoli per noi ovvi, questi vettori di conoscenza prestabiliti (anche se non ce ne accorgiamo, perchè pensiamo di scegliere consapevolmente chi voler conoscere), non sono altro che il frutto della struttura economica della società. Ci pensiate che la metà dei nostri (o per lo meno dei miei) problemi vengono da questo? Siamo spersi in mezzo agli ingranaggi di una macchina, siamo come palline in un flipper. E' per questo che la vita non ha senso; è per questo che non riusciamo ad essere felici. Abbiamo degli obblighi, ma non sappiamo perchè. Abbiamo dei diritti, ma anche questi sono come imposizioni, l'altra faccia della medaglia, la controparte dei doveri. Non so se mi sto spiegando. E' come se al mattino ti svegliassi, e un uomo ti si avvicinasse dicendoti "Il tuo numero è il 5! Vai tranquillo, con questo non avrai problemi, puoi camminare sicuro. Abbiamo fatto tanto per ottenere il 5, ora i tuoi diritti sono salvaguardati." Ma quali diritti? Quali sono i miei rischi? Chi ha mai voluto voluto questi diritti? Se c'è bisogno di sancire dei diritti vuol dire che da sole le cose non vanno per il verso giusto. E nella bocca dei diritti sta espresso proprio tutto ciò che non funziona nella società, ciò che bisogna imporre a qualcuno. Siamo ingranaggi. E' incredibile. E' incredibile sentirlo la mattina appena sveglia, come una SENSAZIONE e non come un pensiero. Mi sento in un meccanismo infernale. Infernale perchè non lo conosco, perchè non so chi me lo ha imposto; non so dove mi trovo, non so per quale motivo, non so come poter far sì che la mia vita sia davvero Mia, e non so se si può parlare con questo mondo. Anzi, mi sembra di no: non è un entità o un individuo, è un meccanismo, una macchina, come un pianeta d'orribili insetti che fanno sempre le stesse cose. E la cosa quasi palese è che non potrà cambiare. Potrà solo evolversi: ma non sono gli individui con le loro idee a decidere; è la macchina. La cultura è inevitabilmente solo un prodotto della struttura, come le montagne non sono altro che la conseguenza del movimento dei fondali. La cultura è sovrastruttura, e le nostre idee sono dentro la sovrastruttura. Non penserei mai che l'apella...o i templi...o le bighe...o i giochi olimpici siano...bla bla bla. NON POSSO PENSARLO. Ci sono cose che penso, e cose che non penso: e questo non dipende da me. E QUESTO NON DIPENDE DA ME. Non sapevo di essere marxista fino a questo punto! Ma non credo affatto nella rivoluzione! E' inutile. Tutto è INUTILE, lo ha dimostrato la storia stessa. PS. Aiutatemi a capire meglio...! |
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